Stefania Testoni

 

17 novembre 2016.  Ovunque sei....

Stefania

Mentre apetto il tuo ritorno metto in ordine le idee, non so davvero in quale fortunato giorno da quella porta spunterai.

17 novembre 2015. Non ti dimenticherò....

Stefania

Non ti dimenticherò, specie quando a luci spente tutto tornerà alla mente, perché e' stato troppo bello insieme a te.

Stefania, 18 marzo 1965 - 17 novembre 2012

Stefania con Paperina 1

Stefania si è laureata in Medicina Veterinaria a Bologna nel 1993.
Come prima esperienza da veterinario, ed in veste di laureato frequentatore, dal 1 settembre 1993 al 31 ottobre 1994, ha frequentato l'Istituto di Patologia Speciale e Clinica Medica Veterinaria dell'Università di Bologna.
Negli anni 1995-1998 ha fatto spola tra Bologna e Milano per acquisire, nel 1997, il titolo di Dottore di Ricerca in Clinica Bovina e, nel 1998, il titolo di Specialista in "Malattie dei Piccoli Animali", entrambi presso la facoltà di Veterinaria di Milano.
Nell'anno 1997 ha preso servizio come "Collaboratore Tecnico" presso la facoltà di Veterinaria di Padova e nel 1998 è diventata Ricercatore presso la stessa facoltà patavina.
Nell'anno 2010 ha vinto il concorso per Professore Associato, ruolo che ha continuato a svolgere sempre a Padova.

Come interessi scientifici, Stefania ha coltivato, in particolare, tematiche inerenti la diagnostica ultrasonografica, le malattie ereditarie del bovino e le malattie del sistema nervoso del bovino. I suoi studi sulla Pseduomiotonia Congenita nella razza Chianina sono stati determinanti per la individuazione dei meccanismi eziopatogenetici, e se la razza Chianina sarà presto libera da questa tara genetica, lo si deve soprattutto a lei.

Stefania era direttamente impegnata nel progetto "Un bicchiere di latte per i bambini di Hanga", un'iniziativa di solidarietà svolto a partire dal 2003 in Tanzania.
Nel luglio 1998 si era sposata con Arcangelo Gentile.

 

 

Stefania ed io molte volte abbiamo pianto insieme,

      soprattutto negli ultimi anni. Potete immaginarlo: la sua mamma, la sorella Nicoletta, e poi la sua malattia.
Con una speranza che non mancava mai, ma anche con una paura che come un fiume carsico affiorava con sempre maggiore frequenza ed intensità.

      E il pianto è l’espressione visibile della nostra mestizia di oggi, di questa tristezza cupa e rassegnata che facciamo fatica a soffocare.

     Ma il pianto, quasi come un gioco bizzarro della fisiologia umana, può essere anche la manifestazione fisica di sentimenti opposti, di emozioni ed esperienze di gioia intensa. E vorrei che così fosse anche oggi; e cioè che le nostre lacrime potessero trasformarsi nell’esternazione di un sentimento di felicità, un sentimento di gioia riconoscente per tutto quanto ci è stato dato di godere di Stefania, per quel dono che Stefania è stato, …. per me, ….per questi vent’anni. Scheggia, Tigre….: era il 1991. Come in quei flipper per i quali ci contendevamo il record: Tilt! Pallina in buca. Betta, Simona, ce lo siamo ricordati ieri sera davanti a Stefania. Caduti uno dopo l’altro, come i birilli di quei biliardi che andavamo a giocare in piazza della Mercanzia: uno, due, tre ….. filotto!

     Un dono, un regalo durato vent’anni. Ma d’altronde un regalo non ha un tempo predefinito; e poi cosa significa 20 anni, 30 anni, 40 anni? Il tempo è un concetto tutto nostro, dovuto alla limitatezza della nostra natura umana, alla nostra miopia. In cielo non esiste il tempo; come può esistere il tempo in cielo, laddove si è, si era e si sarà? E allora, piangiamo sì, ma per la gioia.

     Consentitemi di condividere con voi un episodio di una volta, quando con Stefania ci siamo trovati a piangere appunto di gioia, una gioia profonda, intima. E fu nell’occasione della visita a Bologna di Giovanni Paolo II; era il 1997, io e Stefania ci saremmo sposati proprio su questo altare di lì a poco.

     Sapevamo che il Papa, al termine dell’incontro in piazza Maggiore , sarebbe passato con la sua papa mobile per via D’Azeglio per andare su a Villa Revedin. Chi conosce via D’Azeglio sa che, in uscita, all’altezza di via delle Tovaglie la strada è costretta a spostarsi leggermente a destra perché il portico all’incrocio deborda da sinistra, stringendo la strada. E peraltro proprio questo portico è sollevato di circa un metro dal livello della strada. Una posizione favorevole, privilegiata, per potere vedere il passaggio del Papa da vicino.

     E ci mettemmo lì, in attesa, e non c’era nessuno. Io e Stefania da soli, come tanto ci piaceva stare.

     Aspettammo molto tempo, come lunga deve essere l’attesa delle cose belle. E a un certo punto vedemmo arrivare la papa mobile; e vista la nostra posizione il Papa fu costretto a incrociare i nostri sguardi carichi di fervente attesa. Chissà se quando incontrò lo sguardo di Stefania già allora il Papa riconobbe in lei quella comunanza di percorso di sofferenza che li avrebbe aspettati? Sta di fatto che la gioia di quell’incontro fu così profonda ed intensa che ci mettemmo a piangere, rompendo il silenzio in cui eravamo fino ad allora rimasti.

     E allora io chiedo a Giovanni Paolo II, adesso che Stefania sta arrivando in cielo, di ricordarsi di quel nostro sguardo fiducioso, e la possa prendere per mano e portarla davanti al trono del Giudice affinché possa ricevere quella ricompensa così fortemente guadagnata con la sua rispettosa sofferenza. E Stefania, una volta ricevuta la ricompensa vedrà, e saprà, e avrà chiariti tutti i suoi dubbi ed i suoi perché.

     E allora Stefania, ora che probabilmente starai visitando qualche mucca – perché credo che anche nei pascoli del paradiso avranno bisogno di un buon veterinario – oppure starai correndo dietro a qualche paperina – perché credo che anche nei laghetti del paradiso ci saranno delle papere che aspettano che qualcuno gli allunghi il pane o l’insalata – ti prego …..
      di guardarci e di aiutarci a fortificare in noi quella fede che istruisce, per comprendere il mistero della sofferenza che tutti noi qui dentro, direttamente od indirettamente qualche volta abbiamo sperimentato; ti prego …..
      di aiutarci a mantenere in noi salda quella speranza che consola, per potere vivere questa giornata non come un’esperienza di lutto ma come un momento di vita, perché tu sei nella vera vita; e ti prego …..
      di aiutarci ad accrescere in noi quella carità che arricchisce, per affrontare le persone sofferenti con parole e comportamenti confortanti e di vera compassione.

     Quella carità che abbiamo trovato in tante persone che in questi anni ci hanno aiutato a sopportare il peso della tua malattia.
     Che abbiamo trovato nei nostri amici, in quelli che al sabato sera non mi sentiranno più chiamarti alle 10 dicendoti “Topolona andiamo a casa che mi sto annoiando!” e in quelli che quando parlavamo dei nostri progetti africani stavano attenti a non mortificarti, sapendo che la consapevolezza per te di avere pregiudicata la possibilità di tornare nella tua Africa era motivo di enorme sconforto.
     Che abbiamo trovato nei tuoi colleghi, in quelli che ti hanno ripetutamente sostituito nei turni e nelle lezioni senza mai fartelo pesare e in quelli che, iscrivendoti in vece tua al concorso da ordinario, non volevano che la tua malattia potesse compromettere le legittime e meritate aspirazioni di perfezionamento della tua carriera accademica.
     Che abbiamo trovato nei medici e nei nostri amici medici, che con grande affetto e sensibilità hanno sempre risposto, anche in ora tarda, alle nostre angosciate domande su quello che stava succedendo nel tuo fisico.
      Che abbiamo trovato nella tua famiglia, che già fortemente provata ha saputo mantenere lucidità e serenità pur vedendo ripetersi, come una crudele replica di teatro, storie già viste.

     Quella carità, infine, che abbiamo trovato nel nostro Signore, che è sempre stato nostra Luce e sarà la nostra Salvezza, la Difesa della nostra vita.

Cara Stefania, con queste premesse, di chi possiamo avere timore?
Cara Stefania, con queste premesse, di cosa possiamo avere paura?

Arcangelo

Letto nella Basilica di Sant’Antonio da Padova, Bologna, il 19 novembre 2012

 

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